La guerra in Ucraina resta aperta sul terreno, ma sul fronte diplomatico le ultime ore hanno segnato un passaggio importante: Kiev e Washington hanno formalizzato l’intesa di principio sul nuovo piano di pace elaborato dall’amministrazione statunitense, mentre l’Unione europea ha accolto con favore la disponibilità ucraina a trattare. Più fredda la reazione di Mosca, che continua a prendere le distanze dal testo negoziale.
La telefonata Witkoff–Ushakov: cosa è emerso
Nel dibattito su questo piano di pace è entrata anche una telefonata resa pubblica da Bloomberg e ripresa da diversi media internazionali. Si tratta di una conversazione di poco più di cinque minuti, avvenuta il 14 ottobre, tra Steve Witkoff – inviato speciale del presidente statunitense Donald Trump per il dossier Ucraina – e Yuri Ushakov, consigliere di alto livello del Cremlino per la politica estera.
Dalla trascrizione emerge che Witkoff propone a Ushakov di lavorare insieme a un piano di pace “in venti punti”, sul modello di quello già negoziato per Gaza, e suggerisce che Vladimir Putin chiami Trump prima dell’incontro tra lo stesso Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. Nella telefonata l’inviato americano accenna anche alla possibilità di un’intesa che coinvolga il Donetsk e uno “scambio di territori”, invitando però a presentare eventuali concessioni in termini più generali e positivi, e non come una semplice cessione territoriale.
Il Cremlino ha definito “inaccettabile” la pubblicazione della chiamata, parlando di un episodio di “guerra ibrida informativa”. Trump, dal canto suo, ha difeso Witkoff, descrivendo il suo ruolo come quello di un mediatore che prova a convincere entrambe le parti sulla possibilità di un accordo.
Il piano di pace: dai 28 ai 19 punti
Il quadro negoziale ruota attorno a un documento in origine articolato in 28 punti, poi ridotto a una versione in 19 punti dopo i summit diplomatici delle ultime settimane. Il testo affronta i nodi principali del conflitto: status dei territori occupati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, rapporto con la NATO, sanzioni economiche e utilizzo dei beni russi congelati.
Tra gli elementi più discussi figurano:
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il riconoscimento a favore di Mosca del controllo su alcune aree del Donbass, con particolare riferimento a Luhansk e Donetsk;
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l’impegno dell’Ucraina a rinunciare all’ingresso nella NATO, formalizzando la scelta nella Costituzione;
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un limite dimensionale alle forze armate ucraine in tempo di pace;
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un sistema di garanzie di sicurezza per Kiev da parte di Stati Uniti ed Europa;
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un capitolo dedicato alla progressiva reintegrazione economica della Russia, anche tramite l’uso di parte dei titoli e dei beni oggi congelati.
Secondo varie ricostruzioni, il testo è stato percepito inizialmente a Kiev come fortemente sbilanciato a favore della Russia. Le successive modifiche – fino all’attuale versione in 19 punti – avrebbero attenuato alcuni passaggi, senza però eliminare del tutto i punti più sensibili, soprattutto sul piano territoriale e sull’architettura di sicurezza.
Zelensky apre al piano, Europa favorevole, Mosca resta defilata
Negli ultimi giorni il presidente ucraino ha comunque confermato la disponibilità a lavorare su questa base. In diversi interventi pubblici e in colloqui con emissari statunitensi, Zelensky ha dichiarato che, “sui principi del progetto Usa”, è possibile arrivare a una pace e a “accordi più profondi”, pur ribadendo che le questioni di territorio e di sicurezza restano delicate e da negoziare punto per punto.
Da parte europea, le principali istituzioni hanno accolto positivamente il fatto che Kiev non chiuda la porta al piano, sottolineando l’importanza che qualsiasi accordo rispetti la sovranità ucraina e il diritto internazionale. In diversi dibattiti televisivi e forum politici, come il programma “Generazione Europa” di Sky TG24 e confronti pubblici con eurodeputati e rappresentanti dei governi nazionali, si è discusso del ruolo dell’UE nei negoziati, tra chi spinge per un sostegno pieno alla proposta americana e chi teme un’eccessiva pressione su Kiev a favore di concessioni considerate troppo onerose.
Più prudente la posizione del Cremlino. Dichiarazioni recenti del ministro degli Esteri Sergej Lavrov e di altri rappresentanti russi segnalano la possibilità che Mosca respinga una versione modificata del piano se non dovesse soddisfare le “richieste di lunga data” della Federazione russa, in particolare sulla questione dei territori e sul futuro assetto militare dell’Ucraina. Per ora, quindi, da Mosca arrivano segnali di distacco, pur accompagnati dalla disponibilità dichiarata a proseguire i contatti.
I negoziati e gli scenari possibili
Il percorso negoziale resta complesso. Alcune tappe si sono svolte a Ginevra e Abu Dhabi, con incontri separati tra delegazioni statunitensi, russe e ucraine. Secondo varie fonti, Kiev e Washington considerano il tracciato “vicino a un accordo”, mentre i segnali provenienti da Mosca vanno nella direzione opposta, con richiami alla necessità di “mantenere le intese già raggiunte” ma senza un sì esplicito alla nuova bozza.
Nel frattempo, il conflitto armato prosegue con attacchi e bombardamenti su diverse aree dell’Ucraina e con operazioni ucraine contro obiettivi militari e infrastrutture in territorio russo. La combinazione tra pressioni militari sul campo, stanchezza economica e sociale nei Paesi coinvolti e nuova iniziativa diplomatica statunitense rende questa fase particolarmente delicata: la prospettiva di un accordo appare più concreta rispetto ai mesi scorsi, ma dipende da decisioni politiche che, soprattutto sul lato russo, non sono ancora state esplicitate.
Per l’Ucraina, l’apertura al piano rappresenta un tentativo di ottenere garanzie di sicurezza e un percorso di ricostruzione in un quadro negoziale che resta comunque oneroso. Per l’Europa, come emerso anche nei dibattiti di “Generazione Europa”, la sfida è sostenere il diritto di Kiev a difendere la propria sovranità senza rinunciare all’obiettivo di una pace stabile e sostenibile nel lungo periodo.

